3HO (Healthy Happy Holy Organization) Sikh Dharma

Tratto da: Movimenti Religiosi Alternativi n. 21, in ‘Dossier’ della rivista ‘Presenza Cristiana’

di FRANCESCA LANGONE

I Sikh tra Oriente e Occidente

Le mode e le ondate culturali vengono e vanno con un ritmo ormai ben più incalzante di quello delle generazioni umane, di modo che diviene interessante seguire la sorte e le scelte di coloro che, sollevati non molti anni orsono da una di queste onde, si sono poi trovati a fare i conti con il suo rifluire. Che fine hanno fatto i “Figli dei fiori” americani inneggianti a una vita svincolata da qualsiasi convenzione sociale? La California era stata la loro culla, ed è a Los Angeles in California che potrete rintracciare ancora la sede centrale di un gruppo — che ha ormai sedi sparse in tutto l’Occidente e anche in Italia — che ne rappresenta una curiosa forma di riciclaggio sociale e religioso; ancora spiritualmente rivolti verso l’India, indossando candide vesti e turbanti di foggia orientale, li troverete in meditazione dalle quattro alle sette di mattina nei templi della Fratellanza Sikh Dharma e della fondazione 3HO.

Fratellanza Sikh Dharma – 3HO

Ciò che ha l’aspetto di una formula chimica, non è altro che il nome di una ennesima sètta americana, e sta per Healthy Happy Holy Organization, ovvero “Organizzazione Sani, Contenti, Santi”. Il fondatore della Fratellanza Sikh Dharma e della 3HO (che è il ramo incaricato dell’istruzione dottrinale e della propaganda) è Shri Singh Sahib Bhai Sahib Harbhajan Singh Khalsa Yogiji, per gli iniziati semplicemente Yogi Bhajan. La ricorrenza del nome Singh avrà già avvisato i meglio informati che Yogi Bhajan appartiene alla tradizione Sikh.

Il Sikhismo

È un singolare movimento religioso nato agli inizi del XVI secolo con lo scopo di conciliare alcuni elementi dell’induismo ortodosso con altri tipicamente islamici, svincolandoli da qualsiasi formalismo rituale. Fondatore della religione Sikh fu il Guru Nanak. Originario dell’attuale Pakistan, predicò a lungo in tutta l’India settentrionale dove l’Islam andava diffondendosi in connessione alla diminuzione politica della dinastia musulmana Moghul. Questa predicazione attecchì soprattutto nella regione indiana del Pajab, dove risiede tuttora la grande maggioranza dei Sikh indiani; al guru Nanak successero altri nove guru considerati legittimi intermediari tra l’uomo e Dio. Al quarto, Ram Das, si deve la costruzione del Tempio d’Oro di Amristar, centro del luogo di culto Sikh, dove viene letto e spiegato l’Adi Granth, libro sacro che raccoglie detti e insegnamenti dei guru, e che dopo la morte del decimo di loro, Govind Singh, è divenuto l’unico vero intermediario tra l’uomo e Dio, il guru perenne e definitivo.

Soprattutto a partire dal sesto guru, i Sikh reagirono alle persecuzioni del potere musulmano strutturandosi in senso spiccatamente politico e accentuando il carattere marziale della loro appartenenza religiosa, finendo per fondare un vasto regno che, prima di essere abbattuto dagli inglesi nel secolo scorso, si estendeva dall’Afghanistan al Gange.

Sintesi di induismo e islamismo

Come si è detto, il movimento Sikh nasce dalla sintesi di elementi indù e musulmani. Meglio, esso rappresenta un riuscito tentativo di genio religioso indù di metabolizzare e annettersi l’Islam, dopo averlo opportunamente devitalizzato svigorendo e annacquando i suoi fondamenti dottrinali più visceralmente estranei al pluri-millenario senso comune religioso dell’India. Guru Nanak professava, come i musulmani, il più stretto monoteismo, ma il suo unico Dio, ineffabile e inaccessibile, assomiglia ben più al Brahaman indù che al Dio persona della rivelazione fatta ad Abramo, cui l’Islam a maggiore o minore diritto vuole riconnettersi. Inoltre, i successori di Nanak hanno sempre più tollerato elementi del politeismo indù, fino ad ammettere ufficialmente anche l’adorazione di una dea dell’induismo.

Il guru viene visto come tramite vivente con Dio e in qualche modo partecipe della sua natura, ciò che rompe evidentemente con entrambi i fondamentali dogmi musulmani: la funzione profetica è terminata con Maometto, e Dio è completamente separato da qualsivoglia creatura. In aggiunta i Sikh aderiscono per lo più a una forma della dottrina indù della trasmigrazione delle anime.

Più somigliante all’impostazione musulmana è la venerazione del libro sacro come unica fonte ormai normativa della religione, senza l’intermediazione di una casta sacerdotale, e la confusione dei concetti di comunità religiosa e comunità politica in un unico sentimento di appartenenza che è entrato invariabilmente in conflitto (spesso oggi anche cruento) con i vari regimi non Sikh succedutisi sul suolo indiano.

Le “correnti” Sikh

Anche a cause di lotte di potere sfociate in frammentazioni religiose, non si può parlare di un unico movimento Sikh, quanto piuttosto di “correnti Sikh”, la più conosciuta e numerosa delle quali è probabilmente quella dei Khalsa (comunità dei puri), secondo cui l’individuo può purificarsi conducendo una vita integra ed onesta, vincendo il proprio egoismo e rinunciando ai vizi (alcool, tabacco, gioco d’azzardo). Essi seguono inoltre alcune usanze e riti quali: l’accoglienza di un nuovo membro mediante un rito di iniziazione, il pasto cultuale comune (karah prasad), l’osservanza dei “cinque K”: kes — la barba e i capelli non devono mai essere tagliati, e questi ultimi devono essere raccolti nel turbante; knangha — pettine di legno simbolo di pulizia (esteriore e interiore); kirpan — pugnale che i Sikh portano alla cintola; kara — braccialetto di ferro che simboleggia il loro legame con Dio; Kacca — pantaloni corti al ginocchio per rammentare l’impegno di castità fuori dal matrimonio. Gli appartenenti a questo ramo Sikh aggiungono al proprio nome quello di Singh (leone), appartenuto all’ultimo guru.

L’esportazione del Sikhismo in America: 3HO

Fin qui si è parlato delle caratteristiche dei dieci-quindici milioni di Sikh che vivono sul territorio indiano. Ma, come per la maggior parte delle realtà religiose orientali, gli ultimi decenni hanno visto un consistente radicamento della fede Sikh in terra americana (circa duecentomila seguaci secondo le ultime statistiche). E secondo un copione esso pure comune alle altre religioni “esportate” nel Nuovo Mondo, anche il Sikhismo americano ha assunto tratti che suonano abbastanza aberranti rispetto alla versione “originale”. Torniamo quindi a Los Angeles per seguire una delle correnti più rappresentative dei Sikh statunitensi, quella appunto fondata e capeggiata da Yogi Bhajan.

Figlio di un medico del nord dell’India, a lungo funzionario statale nel suo Paese, Yogi Bhajan giunge in America su richiesta di alcuni college per tenere corsi di meditazione e di yoga; negli anni Settanta fonda a Los Angeles l’organizzazione religiosa della Fratellanza Sikh Dharma, il cui braccio “educativo” è rappresentato, come si è detto, dalla 3HO. A parte la stravaganza dell’abbigliamento, che per il colore e l’uso femminile del turbante li differenzia anche dai Sikh ortodossi, i seguaci di Yogi Bhajan sono sostanzialmente integrati nella società americana, costituendo una curiosa sintesi tra la pratica delle virtù borghesi e di quelle yoga. Sono coniugi fedeli, madri e padri premurosi che allontanano i loro figli dalla depravata società americana mandandoli a studiare in India dove, come asseriscono, i valori tradizionali sono ancora tenuti in considerazione.

Professano con serietà calvinista il proprio mestiere (la comunità Sikh di Los Angeles è costituita per buona parte da professionisti e imprenditori). Non spregiano la proprietà privata, anche se esistono comunità in cui i Sikh possono scegliere di vivere insieme. Si dedicano ad attività di volontariato sociale e, cosa più importante, soddisfano i propri aneliti spirituali aspettando quotidianamente il sorgere dell’alba in meditazione yoga, finita la quale eseguono accompagnati dalla chitarra motivi in stile anni Sessanta. I tempi sono cambiati, i figli dei fiori hanno raggiunto la mezza età: lavoro, successo e stabilità sociale, non sono più nemici da esorcizzare, ecco dunque la possibilità di continuare a seguire l’esotico mito dell’India in un più solido e borghese contesto.

Ma non tutto è “oro”

Non mancano però, in questo edificante panorama, accuse che fuoriusciti muovono a Yogi Bhajan: violenza sessuale e psichica, plagio, millantato credito, utilizzazione delle entrate provenienti dalle casse delle comunità americane Sikh per fini non propriamente spirituali. Alcuni ex aderenti, infatti, sostengono di aver casualmente scoperto che i beni immobili del centro Sikh che sorge a Española (Nuovo Messico) — acquistati con il denaro degli aderenti alla sètta — non appartengono, come viene fatto credere, alla comunità, ma fanno parte del patrimonio personale del leader della sètta. A Yogi Bhaian viene comunque rivolta un’accusa che non solo scandalizza l’ambiente statunitense, ma desta le più vivaci critiche di esponenti della comunità Sikh nella sua madrepatria indiana: quella cioè di avere trasformato buona parte della comunità in un inesauribile harem personale, spesso usando metodi di pressione come la privazione del sonno e di cibo per indurre dipendenza psicologica.

A tutto ciò i portavoce dell’organizzazione replicano tranquilli: il sesso è parte essenziale dei metodi spirituali del gruppo — anzi, secondo le parole di Yogi Bhajan — è lo yoga perfetto, alla cui esecuzione rituale nell’ambito familiare sono dedicati libri interi. Ed ecco quindi che, recuperato in questo nuovo contesto anche l’ultimo elemento fondante dei bollenti anni Sessanta, si completa per gli ormai attempati figli dei fiori il quadro di una produttiva e socialmente accettabile esistenza