Ananda Marga

TRATTO da: Movimenti Religiosi Alternativi n. 19, in ‘Dossier’ della rivista ‘Presenza Cristiana’

di Giampietro Masella

Storia e dottrine di un movimento di matrice induista

L’Ananda Mârga (“Il sentiero della Beatitudine”) viene fondata nel 1955 nello stato indiano del Bihar, dal bengalese Prabhat Raujan Sarkar, chiamato dai suoi discepoli Srî Srî Ánandamûrti (“personificazione della beatitudine”) o più semplicemente Baba (“padre”).
Con lo scopo di adattare l’antica scienza del Tantra Yoga alle esigenze dell’era attuale, per portare un reale sviluppo all’individuo e alla società odierna, egli sviluppa un sistema di discipline pratiche per il benessere fisico, per l’espansione mentale e il progresso spirituale dell’uomo.
L’Ananda Mârga si definisce un movimento socio-spirituale, i cui ideali e intenti sono per l’autorealizzazione e il servizio sociale dell’individuo; sviluppando questi valori, essa sostiene inoltre una filosofia socio-economica che si riversa anche in campo politico, ponendosi come soluzione alla crisi dei sistemi attuali e come via alternativa al comunismo e al capitalismo.
Il Prout (PRogressive Utilization Theory) è la sigla in cui si riconosce concretamente il movimento politico dell’Ananda Mârga che porta avanti un programma economico, politico e sociale, all’insegna di motivazioni di progresso spirituale. Proprio per questa sua attività politica, specialmente in India, il movimento ha vissuto varie vicissitudini. La sua posizione anticomunista e contraria al Partito del Congresso al potere (accusato dai seguaci Ananda Mârga di violenze e persecuzioni) ha portato infatti nel 1971 all’arresto di Srî Srî Anandamûrti, accusato di aver organizzato l’omicidio di alcuni ex-membri del movimento e nel 1975 Indira Gandhi, in occasione della dichiarazione d’emergenza, dichiara l’organizzazione Ananda Mârga fuorilegge in tutta l’India, accusandola di terrorismo.
Nel 1977, quando cade il governo di Indira Gandhi, le attività del gruppo vengono ristabilite e quasi tutti i suoi membri precedentemente imprigionati sono rilasciati, ad eccezione di Srî Srî Anandamûrti e altri quattro suoi seguaci che vengono prosciolti da tutte le accuse un anno più tardi. Il movimento, nel frattempo diffusosi fuori dall’India, rimase al centro di polemiche per i fatti in cui è coinvolto: 8 discepoli, tra cui 5 occidentali, si erano bruciati vivi per protesta contro la carcerazione del loro guru; altri due discepoli vengono condannati in Australia per l’omicidio di un uomo politico ostile al movimento e nel 1982 a Calcutta, 17 membri sono uccisi in un tumulto.
Il movimento, che negli anni ’70 si espande in tutto il mondo, sviluppa in occidente un programma essenzialmente rivolto alla meditazione, alla filosofia e lo yoga, e all’azione sociale. Inoltre sostiene un programma ambizioso di rinnovamento economico-culturale.
Il Tantra-yoga dell’Ananda Mârga: dottrina e pratica
L’Ananda Mârga si propone come una sintesi del Tantra tradizionale e di pratiche yoga con aspetti sociali che comprendono servizi e riforme sociali. Da quando è stata fondata si è diffusa in tutto il mondo con varie istituzioni quali scuole, squadre di soccorso, orfanotrofi, ospedali, ecc. Per un giusto sviluppo sociale, sostiene l’Ananda Mârga sono infatti ugualmente importanti il benessere del singolo e quello della società che è vista come una grande famiglia dove si dovrebbe vivere in pace, senza discriminazioni di razza, paese, sesso, religione, ecc. Secondo l’insegnamento di Anandamûrti il singolo deve giungere alla propria realizzazione attraverso pratiche individuali, e cioè attraverso la meditazione, lo yoga e comportamenti ad essi connessi; e parallelamente, deve rivolgersi all’esterno con compiti e responsabilità nel movimento e attraverso i servizi sociali nella società.
Il Tantra , oltre che ideologia, è un sistema di vita e attraverso le sue pratiche — sostiene Anandamûrti — si raggiunge l’autosviluppo, utilizzando completamente il proprio potenziale mentale e fisico. In quest’ottica, la meditazione si propone anche in questo movimento neo-induista come lo strumento fondamentale per uno sviluppo interiore, fulcro della vita spirituale, tecnica di purificazione della mente e dell’intero sistema individuale. È attraverso di essa che l’individuo giungerebbe all’autorealizzazione, arrivando a comprendere l’essenza di se stesso e dell’universo.
In questo duro lavoro portato avanti con molta regola, attraverso la costante pratica meditativa e le sue tecniche ausiliari (fisiche, alimentari, igieniche, ecc) verrebbe dunque a sprigionarsi la Kundalini (Sâkti-Prakrti) la forza dormiente potenziale di tutti gli individui, che attraverso le discipline del Tantra, risalendo lungo la spina dorsale, risveglierebbe quelle “ghiandole spirituali” (Chakra) atrofizzate, che porterebbero a quell’autocoscienza necessaria per la realizzazione.
L’armonia sui piani fisici e mentali è necessaria per avere successo nel Sâdhana (cammino spirituale). In questo modo, per i discepoli dell’Ananda Mârga, determinate posizioni yoga (Asana) che aiutano il controllo degli istinti e allo sviluppo dell’energia dei Chakra, si affiancano tecniche del respiro (Prânâyâma), di alimentazione e di comportamento, tutte con lo stesso scopo di controllo e sviluppo individuale; mentre sul piano mentale la meditazione (Dhyyâna) svilupperebbe, attraverso la corretta pronuncia del Mantra, quell’autocoscienza che porta il praticante a percepire la sua unione con la deità, una unione che è l’identificazione tra l’anima individuale (Atman) e l’anima universale (Brahaman).

Legami con la tradizione

(…) In accordo con le concezioni classiche il Tantra dell’ Ananda Mârga è una tecnica pratica in cui la teoria è di secondaria importanza. Il Sâdanâ (pratica spirituale) parte dal corpo, lo strumento indispensabile, per diventare successivamente un processo psicofisico e stabilirsi infine nella conoscenza del Sé. A questo scopo gli strumenti essenziali per lo sviluppo individuale dell’Ananda Mârga, come in altri culti tantrici e come in tutti i sistemi speculativi indiani di carattere mistico-psichico, sono indissolubilmente legati allo yoga classico (che a sua volta si è arricchito di elementi tantrici), con riferimenti agli Yoga-sûtra di Patañjali e all’Hatha-yoga.
Lo yogi tantrico, pur perseguendo discipline austere, tuttavia non rifugge il mondo, temendo di venir coinvolto dalle sue distrazioni, ma sa “fluire nella realtà oggettiva” (Bhoga) per percepire ovunque la presenza dell’Assoluto. Il vero Bhogi (goditore), infatti, sa gioire appieno della bellezza del mondo dei fenomeni, poiché la realtà fenomenica è manifestazione e un tutt’uno della Realtà Assoluta.
E in questo caso la dottrina dell’Ananda Mârga si collega indirettamente a quelle concezioni del tantrismo riprese ad esempio, anche da Osho-Rajneesh che, con riferimento ad esse, esaspera l’atteggiamento del ricercatore spirituale in direzione diametralmente opposta alla filosofia proposta da Anandamûrti. In accordo su alcuni principi, Rajneesh infatti considera il Tantra come una tecnica dell’abbandono ai propri istinti e alle proprie pulsioni, che possono essere trascesi non venendo repressi, ma unicamente passandovi attraverso con una consapevolezza interiore che porterà al loro esaurimento. Il desiderio insoddisfatto infatti — sostiene il Tantra — non scompare, ma si installa nella profondità dell’essere. Però certamente l’atteggiamento di Rajneesh si rende tanto più discutibile quando lo si vede applicato in occidente in un contesto e con scopi diversi, dove queste “trasgressioni” assumono valenze particolarmente dannose. Generalmente il Tantra viene inteso come insegnamento di tipo esoterico che, per conseguire determinati risultati, non ha alcuno scrupolo ad adottare tecniche “poco ertodosse”, che possono prevedere l’uso di droghe o inebrianti, il cibarsi di carne, il coito, ecc. Associato a pratiche di tipo sessuale — che certo in alcuni casi costituiscono un elemento caratteristico —, il Tantra si presta facilmente ad interpretazioni semplicistiche e ad essere travisato nei suoi contenuti; l’aver elaborato vari e raffinati rituali (come visualizzazioni, recitazioni di mantra, dhâranî, mudrâ, ecc.) e il ricorso ad un linguaggio ambivalente e metafisico, ne ha fatto inoltre un insegnamento complesso e di non facile interpretazione (…).
Il vero yogi tantrico — come sostiene Anandamûrti — utilizzando i mezzi tipici dell’ Hatha yoga (Asana, Prânâyâma, ecc) continua in un certo senso a “ribellarsi”, nella sua ascesi, ai limiti imposti dalla natura per arrivare a controllarli. Le sue Asana, la sua immobilità, il controllo del respiro, la continenza sessuale, l’arresto dell’attività mentale, ecc., sono tutte pratiche che tentano di liberarlo da ogni tipo di dipendenza o, se si preferisce, di estendere il dominio della coscienza e della volontà a ciò che è inconscio o istintuale. Il Sâdhaka quindi è in continua lotta contro le forze condizionanti del Samsâra (legame di vita, morte e rinascita), per impadronirsi del proprio destino attraverso la propria scienza e la propria tecnologia: ma in realtà, sostiene Anandâmurti, il Sâdhaka non reprime i propri istinti e pulsioni naturali, ma canalizza queste energie attraverso determinate tecniche fisiche e mentali, nella direzione che lo porterà alla realizzazione (Samâdhi).
Come certamente traspare, si tratta di indicazioni utopiche per qualsiasi persona media, che nella quotidianità deve occuparsi del suo lavoro e di tutte le incombenze che lo investono in questa nostra società. Perseguire un cammino così irto significa, infatti, non solo aderire a rigide e precise discipline, ma anche andare incontro alla storia del mondo, quello occidentale, con ritmi e tradizioni che, giusti o ingiusti che siano, rendono ulteriormente ardua la “via della beatitudine”.
Senza dubbio la complessità delle discipline Ananda Mârga è solo indicativa, nel senso che gli stessi monaci Acarya suggeriscono innanzitutto di intraprendere il cammino spirituale con la pratica costante della meditazione; sarà attraverso questa tecnica e la tensione spirituale del nuovo discepolo che avverranno naturalmente i primi cambiamenti (motivazioni sostenute, ad esempio, anche dalla Meditazione Trascendentale del guru Maharishi).

Conclusioni
Ancora una volta, esplorando le tecniche e le filosofie di questi movimenti orientali, ci troviamo dunque di fronte a quel sentimento di “onnipotenza” che l’uomo intende perseguire per porsi, non solo al centro dell’universo spirituale che sente pulsare in lui, ma sostituendosi di fatto addirittura alla figura di Dio (che in questo caso viene assimilata dal praticante stesso e che si manifesterà pienamente in lui qualora egli avrà finalmente raggiunto, attraverso le discipline sopra descritte, l’illuminazione).
Il Sâdhaka stesso, proprio attraverso le pratiche suggerite da Ánandamûrti, raggiungerebbe un potenziale psichico e spirituale che lo differenzieranno da una persona normale, investendolo di “poteri” che, secondo il parere degli stessi discepoli, “gli conferiscono una sagacia e un’energia non comuni, una personalità attraente, un’intelligenza acuta e uno spirito senza pari che traspaiono chiaramente anche nelle sue azioni mondane. Così la personalità che si sviluppa attraverso il Sadhana tantrico, avrà successo in tutti i campi”.
Ed è proprio constatando tali affermazioni che un promettente sentiero spirituale “tecnicamente avanzato”, come ad esempio propone la stessa Ánanda Mârga, può in definitiva trasformarsi in un seducente pericolo per l’uomo occidentale, dove in modo sempre più esuberante egli crede di poter gestire e decidere il proprio destino. È in una società moderna sempre più secolarizzata come quella attuale, che il potere conferito all’individuo dal benessere e dalla scienza lo rendono tanto sicuro della sua autosufficienza da fargli stabilire, in maniera più o meno inconscia, che egli può fare a meno di Dio.