Rastafariani

Marcus Mosiah Garvey (1887-1940) fonda nel 1914 in Giamaica la Universal Negro Improvement Association (UNIA), che predica il ritorno dei neri strappati dalla schiavitù al continente africano in Etiopia, unico Stato africano all’epoca – prima dell’occupazione italiana – libero dal colonialismo bianco. Movimento politico, il garveyismo, ha anche accenti religiosi, e sostiene che il Dio della Bibbia deve essere “adorato attraverso gli occhiali dell’Etiopia”. Quando il 2 novembre 1930 Ras Tafari è incoronato imperatore dell’Etiopia con il nome di Hailé Selassié I (1892-1975), alcuni dei seguaci di Garvey in Giamaica attribuiscono all’avvenimento un significato profetico. Dal nome di Ras Tafari nasce un movimento “rastafariano” che considera l’imperatore etiope – senza che questi, apparentemente, ne sappia nulla – una figura messianica, l’incarnazione di Dio stesso vivente sulla Terra.

Rivoluzionario, anti-bianco, ma insieme carico di riferimenti alla Bibbia, il movimento si sviluppa in Giamaica, poi tra la gioventù di colore negli Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Suriname, Europa adottando usanze distintive, come l’abitudine anche per gli uomini di raccogliere i capelli in treccine annodate (dreadlocks) e l’abbondante consumo di allucinogeni (ganja), cui è attribuito un ruolo sacro. Nel 1958 una “Convenzione Universale” organizzata a Kingston rivela che il movimento ha migliaia di seguaci in Giamaica, dove costituisce anche un problema per l’ordine pubblico. Nel 1966 Hailé Selassié visita la Giamaica, accolto da una straordinaria folla adorante: ma non esprime alcun desiderio di prendere la testa del movimento rastafariano. Detronizzato da una rivoluzione comunista, l’imperatore muore nel 1975. I rastafariani non credono alla notizia della sua morte, interpretata come un tentativo di disinformazione da parte dell’uomo bianco, ovvero come l’assunzione di una forma spirituale in cui Hailé Selassié può operare in modo più potente ancora che attraverso un corpo di carne. Un ruolo decisivo alla diffusione mondiale del movimento ha il cantante Bob Marley (1945-1981) attraverso la musica reggae.

Soprattutto in Inghilterra, i rastafariani sono spesso stati protagonisti di tumulti e rivolte: ne sono nate commissioni di inchiesta, che hanno in genere concluso raccomandando maggiore comprensione per la cultura rasta, al di là delle facili criminalizzazioni. Dal punto di vista organizzativo il movimento rastafariano è una costellazione di gruppi indipendenti, molti dei quali (ma non tutti) aderiscono alla Ethiopian World Federation. In Italia i membri del movimento lo hanno conosciuto per lo più attraverso contatti con il mondo della musica reggae, e per la maggior parte vivono in grandi centri urbani.

Negli scritti sacri elaborati dal movimento rastafariano Dio (Jah) è uno “spirito” che pervade tutti gli uomini e si incarna nella storia per guidare il suo popolo attraverso successive reincarnazioni dello stesso messia: Mosè, Davide, Salomone, Gesù Cristo e infine Hailé Selassié. La Bibbia è riletta facendo coincidere i salvati con i neri, Babilonia con il mondo degli uomini bianchi, e la nuova Gerusalemme con l’Etiopia. Il concetto di “neri” è peraltro piuttosto vasto perché comprende, per esempio, i surinamesi (lo stile rastafariano – non sempre la religione – è stato adottato da diversi calciatori olandesi famosi, che sono di origine surinamese), i maori della Nuova Zelanda, gli aborigeni australiani. Tutti questi “neri” sono insieme i discendenti delle “tribù perdute” di Israele e la reincarnazione degli antichi israeliti. Loro compito è riscoprire l’identità nera, frustrata e negata dai bianchi, attraverso una serie di pratiche culturali particolari: l’acconciatura, la musica, alcuni divieti alimentari di radice biblica (come quello della carne di maiale), l’uso della ganja (peraltro limitato agli allucinogeni naturali, con esclusione delle droghe sintetiche), l’adozione di una nuova “afro-lingua”, l’abbigliamento in colori particolari (nero, ma anche rosso, che rappresenta il sangue dei martiri; verde, il colore dell’Etiopia e della ganja; oro, il colore della Giamaica).

Nelle tendenze più estreme non mancano temi anti-bianchi spinti fino al razzismo, per quanto questi si vadano sempre più stemperando in una visione universalista, con l’adozione dello stile rastafariano da parte di sempre più numerosi bianchi. Benché tra i vari gruppi indipendenti esistano sfumature, tutti i rastafariani accettano Hailé Selassié come figura messianica, quando non come “Dio vero e vivente”. E tutti ritengono che la salvezza per i neri consista nell’“uscire da Babilonia”, anche se oggi questa “uscita” non è necessariamente interpretata in senso letterale come emigrazione verso l’Etiopia. Parafrasando quanto Gesù diceva del “mondo”, molti rastafariani pensano che si può vivere in Babilonia (cioè nei paesi occidentali) senza essere di Babilonia, riconquistando l’identità attraverso le pratiche rastafariane. Queste ultime non comprendono una vera e propria liturgia, ma piuttosto momenti di festa e riunioni di “ragionamento” (reasoning) in cui si “ragiona” di teologia e di interpretazione dei testi biblici. Non c’è bisogno di chiese, cappelle o luoghi di culto perché Dio, anche se presente in modo eminente nel messia Hailé Selassié, “pervade” ogni persona umana e, da questo punto di vista, in ciascuno si “incarna”.

Nuove prospettive storico-teologiche sui rastafariani emergono peraltro dall’importante studio di William David Spencer Dread Jesus (1999). Spencer getta qualche luce sulle origini del movimento, notando che alcuni dei suoi primi pionieri erano membri di una organizzazione chiamata Grande Fraternità Antica del Silenzio, o Antico e Mistico Ordine dell’Etiopia. Questa organizzazione faceva parte del vasto movimento noto in tutta l’area di lingua inglese come “massoneria Prince Hall”, una massoneria “parallela”, riservata agli afro-americani. Spencer mette in luce come molti elementi rituali, ma anche dottrinali, del movimento rastafariano derivino precisamente dalla massoneria, a cominciare da uno dei temi più caratteristici e cari ai rastafariani: il nome “Yah” per indicare Dio. Secondo Spencer, questo nome deriva dal primo componente del trinomio sacro “Yah-Bul-On” nel grado massonico dell’Arco Reale (un modo di indicare la divinità che ha causato, anche recentemente, numerose polemiche). È attraverso autori massonici che i primi rastafariani si interessano di temi esoterici, e talora interpretano la personalità divina, Yah, in senso panteistico. La generazione successiva scoprirà, lungo la stessa linea, l’Ordine della Rosa-Croce AMORC, da cui trarrà altri elementi di carattere esoterico.

Una delle parti più importanti nel libro di Spencer è consacrata alla reazione del movimento rastafariano (divenuto ormai internazionale) alla morte dell’imperatore Selassié, nel 1975. Nei primi mesi, molti rastafariani pensano – come si è accennato – che l’imperatore non sia morto e che si tratti solo di menzogne diffuse dalla stampa. Oggi, però, pochi rastafariani si attendono la resurrezione o riapparizione fisica di Hailé Selassié. L’ipotesi è che la morte di Hailé Selassié abbia portato a una separazione di elementi contraddittori che coesistevano con qualche difficoltà nel sincretismo rastafariano. Se è vero che pochi rastafariani hanno seguito il consiglio di Selassié e hanno aderito alla Chiesa Ortodossa Copta, non è meno vero che sono nati nel mondo rastafariano movimenti di notevoli dimensioni – come le cosiddette Dodici Tribù d’Israele – che reinterpretano la religione in senso piuttosto cristiano. Per questa parte del movimento, Selassié è la figura profetica più importante della storia, ma rimane subordinata all’unico figlio di Dio, che è Gesù Cristo.

All’estremo opposto – e per reazione – si è sviluppato il movimento “bun Christ” o “burn Christ” (“bruciamo Cristo”), che – soprattutto in occasione di concerti reggae – brucia simboli cristiani. Per la verità, nelle numerose interviste realizzate da Spencer, anche i più arrabbiati seguaci di questa frangia dichiarano che la loro polemica è contro il “Cristo dell’uomo bianco”, mentre il “vero” Gesù Cristo rimane un profeta “nero” assolutamente rispettabile. Certo, tutto il movimento rastafariano è anticattolico, sia perché accusa la Chiesa cattolica di avere a suo tempo benedetto l’invasione fascista dell’Etiopia (un sacrilegio, secondo i rastafariani), sia perché diversi “etiopisti” venivano da famiglie protestanti fondamentaliste o avventiste dove forme popolari di anticattolicesimo erano piuttosto diffuse. L’uscita dal cristianesimo, per alcuni gruppi, avviene peraltro tramite idee che derivano precisamente (lungo una linea che risale ai fondatori) da spunti di tipo massonico-esoterico ovvero orientaleggiante. In questi gruppi la morte di Selassié è spiegata precisando che l’anima dell’imperatore, l’essenza divina Yah, deve essere distinta dalla sua manifestazione corporale. Pur essendosi manifestata in Selassié in modo eminente, questa essenza divina è presente come scintilla in ogni fedele rastafariano (secondo altri gruppi, in ogni persona umana), con una evidente deriva in senso panteistico e gnostico.

Secondo Spencer, il movimento rastafariano si trova oggi a un bivio, e l’esito sarà probabilmente la separazione fra due branche diverse. La prima preciserà sempre di più la sua identità come movimento di carattere esoterico, gnostico, non cristiano, nella linea di certe sue origini di tipo massonico ovvero orientaleggiante. Una seconda branca – rappresentata oggi da un gruppo diffuso internazionalmente, le Dodici Tribù di Israele – potrà evolversi in direzione di un movimento pienamente cristiano, predicatore di un cristianesimo “selassiano” nel senso di considerare l’imperatore Hailé Selassié come un testimone e un profeta, non come una figura divina o messianica.

B.: Alcuni testi essenziali sono raccolti nell’opera di Nathaniel Samuel Murrell – William David Spencer – Adrian Anthony McFarlane, Chanting Down Babylon. The Rastafari Reader, Temple University Press, Philadelphia 1998. In generale, cfr. pure: Leonard E. Barrett, The Rastafarians, Heinemann Educational Books, Londra 1977; Joseph Owens, Dread. The Rastafarians of Jamaica, Heinemann Educational Books, Londra 1979, Barry Chevannes, Rastafari. Roots and Ideology, Syracuse University Press, Syracuse (New York) 1994; Idem, Rastafari and Other African-Caribbean Worldviews, Rutgers University Press, New Brunswick (New Jersey) 1997; W. D. Spencer, Dread Jesus, SPCK, Londra 1999. Su Bob Marley: Giuseppe Adduci, Reggae Marley, Kaos, Milano 1987.

 


 

Il movimento religioso dei rastafariani – nato in Giamaica nel 1930 – è noto, anche in Italia, per la sua influenza decisiva sulla musica reggae e per la sua diffusione fra giocatori di calcio originari del Suriname, la nazione sulla costa atlantica dell’America del Sud dove il movimento rastafari conta una presenza particolarmente significativa. Dei rastafariani conosciamo la caratteristica acconciatura a treccine (“dreadlocks”), la passione per camice e berretti dai colori sgargianti, e il consumo – in un contesto rituale – di allucinogeni (“ganja”). Non sempre, tuttavia, ci si rende conto di quali siano esattamente le loro idee religiose.

Le radici del movimento rastafari risalgono all’”etiopismo”, versione afro-americana del sionismo. Gli “etiopisti” – guidati da Marcus Mosiah Garvey (1887-1940) – invitavano i discendenti degli schiavi strappati all’Africa con la violenza a ritornare in Africa, e particolarmente al paese considerato simbolicamente il cuore dell’Africa tradizionale, l’Etiopia. Frange del movimento “etiopista” aveva posizioni decisamente non ortodosse. Alcuni leader etiopisti, come Alexander Bedward, pretendevano di essere loro stessi il messia. Altri consideravano Gesù Cristo un’incarnazione divina fra altre. Così, nell’isola caraibica di Anguilla, Robert Athyli Rogers aveva fondato una Afroathlican Constructive Church, che considerava Gesù una tra le tante incarnazioni divine.

Le sorti dell’”etiopismo” cambiano in modo radicale il 2 novembre 1930, quando Ras Tafari è incoronato imperatore dell’Etiopia con il nome di Hailé Selassié I (1892-1975). La maggioranza dei leader “etiopisti” in Giamaica (ma non Garvey) si convince che l’imperatore d’Etiopia rappresenta il messia, se non l’incarnazione dello stesso Dio Padre.

Del movimento – chiamato rastafari dal nome dell’imperatore prima di ascendere al trono, appunto Ras Tafari – si afferma spesso che è nato da un fenomeno popolare spontaneo e che non ha avuto veri e propri fondatori. Studi recenti hanno sottolineato il ruolo primario di tre “predicatori etiopisti”: Leonard Howell, H. Archibald Dunkley, e Joseph Nathaniel Hibbert. Dunkley e Hibbert erano membri di una organizzazione chiamata Grande Fraternità Antica del Silenzio, o Antico e Mistico Ordine dell’Etiopia. Questa organizzazione faceva parte del vasto movimento noto in tutta l’area di lingua inglese come “massoneria Prince Hall”. In quest’area, la maggioranza delle logge non ammettevano (e molte, per la verità, non ammettono ancora oggi) afro-americani. Questi ultimi reagirono costituendo una massoneria “parallela”, riservata agli afro-americani e chiamata “Prince Hall” dal nome di un suo più o meno mitico fondatore. Originariamente, il mondo delle organizzazioni Prince Hall era denunciato come una contraffazione della “vera” massoneria dalle logge americane riservate ai bianchi; oggi i rapporti sono decisamente migliorati. A prescindere dalle questioni etniche, la massoneria Prince Hall ha sempre derivato la sua dottrina e i suoi rituali da quelli della massoneria maggioritaria. E’ attraverso autori massonici che i primi rastafariani – compreso Leonard Howell, che non era massone ma era appassionato di religioni orientali – si interessano di temi esoterici, e talora interpretano la personalità divina, Yah (o Jah), in senso panteistico. La generazione successiva – rappresentata da dirigenti rastafariani come Dennis Forsythe – scoprirà, lungo la stessa linea, l’Ordine della Rosa-Croce AMORC, da cui trarrà altri elementi di carattere esoterico.

Lo studioso William Spencer in un libro recente ha riesaminato le vicende, già studiate da altri autori, relative alla visita di Hailé Selassié in Giamaica nel 1966. L’imperatore si stupisce dell’esistenza di un’intera religione che lo considera Dio, e nega risolutamente di esserlo. Una delle parti più importanti nel libro di Spencer riguarda la reazione del movimento rastafari (divenuto ormai internazionale) alla rivoluzione comunista di Menghistu in Etiopia e alla morte dell’imperatore nel 1975. Nei primi mesi, molti rastafariani pensano che l’imperatore non sia morto e che si tratti solo di menzogne diffuse dalla stampa (era questa la posizione iniziale anche del cantante Bob Marley, 1945-1981, che una frangia del movimento considera a sua volta una figura messianica).
Oggi, peraltro, pochi rastafariani si attendono la resurrezione o riapparizione fisica di Hailé Selassié. L’ipotesi è che la morte di Hailé Selassié abbia portato a una separazione di elementi contraddittori che coesistevano con qualche difficoltà nel sincretismo rastafariano. Se è vero che pochi rastafariani hanno seguito il consiglio di Selassié e hanno aderito alla Chiesa Ortodossa Etiope, non è meno vero che sono nati nel mondo rastafariano movimenti di notevoli dimensioni – come le cosiddette “Dodici Tribù d’Israele” – che reinterpretano la religione rastafari in senso più “cristiano”. Per questa parte del movimento, Selassié è la figura profetica più importante della storia, ma rimane subordinata a Gesù. All’estremo opposto – e per reazione – si è sviluppato il movimento “bun Christ” o “burn Christ” (“bruciamo Cristo”), che – soprattutto in occasione di concerti reggae – brucia simboli cristiani. L’uscita dal cristianesimo, per alcuni gruppi, avviene peraltro tramite idee che derivano precisamente (lungo una linea che risale ai fondatori) da spunti di tipo massonico-esoterico ovvero orientaleggiante. In questi gruppi la morte di Selassié è spiegata precisando che l’anima dell’imperatore, l’essenza divina, deve essere distinta dalla sua manifestazione corporale. Pur essendosi manifestata in Selassié in modo eminente, questa essenza divina è presente come scintilla in ogni rastafariano, con una evidente deriva in senso panteistico e gnostico.

Spencer evidenzia che il movimento rastafariano si trova oggi a un bivio, e l’esito sarà probabilmente la separazione fra due branche diverse. La prima preciserà sempre di più la sua identità come movimento di carattere esoterico, gnostico, non cristiano, nella linea di certe sue origini di tipo massonico ovvero orientaleggiante. Una seconda branca – rappresentata oggi da un gruppo diffuso internazionalmente, le “Dodici Tribù di Israele” – potrà evolversi, nonostante abitudini e problemi di non facile soluzione (come l’uso rituale degli allucinogeni), in direzione di un movimento predicatore di un “cristianesimo selassiano”, nel senso di considerare l’imperatore Hailé Selassié come un testimone e un profeta, non come una figura divina.

(adatt. da un testo di M. Introvigne)

Su un sito dedicato alla “Religione Rastafarian” si legge:

“I concetti fondamentali del credo Rastafari sono l’odio verso la società corrotta della leadership mondiale bianca e capitalista, il mondo occidentale bianco, la società oppressiva, la cultura imposta dal regime. … I Rasta sono convinti che la Marijuana sia in grado di accrescere la propria autocoscienza per entrare in contatto con la verità di Jah e del mondo, infatti viene considerata il seme della saggezza. … A difendere l’utilizzo dell’erba, inoltre, ci ha pensato la Sacra Bibbia, la quale sostiene che essa è un dono di Dio Padre (potete controllare a tale proposito Genesi 3:18; Esodo 10:12; Proverbi 15:17). Tipico dell’aspetto fisico dei Rasta sono i dreadlocks, lunghe ciocche di capelli annodati, la capigliatura e modellata sulla criniera del leone, simbolo della Tribù di Giuda. Essi portano i capelli così lunghi perchè secondo le loro leggi non possono tagliarli. Questo dovuto al fatto che la Bibbia riporta un passo che dice testualmente: “Nessuna lama toccherà il capo dei fedeli”. I rasta si considerano la 13° tribù d’Israele e come le altre dodici seguono le dieci leggi di mosè e la Sacra Bibbia in maniera scrupolosa.”

Possiamo notare qui come la Bibbia venga rigirata in modo arbitrario per avallare idee ad essa estranee:

1. I versi biblici citati non parlano di allucinogeni, ma di vegetali. Il verso in Genesi dice: “mangerai l’erba dei campi”; quello in Esodo parla di cavallette che distrussero l’erba dei campi in Egitto; e quello in Proverbi dice, simbolicamente: “meglio un piatto d’erbe, dov’è l’amore, che un bue ingrassato, dov’è l’odio”. L’uso di sostanze allucinogene di origine vegetale per “entrare in contatto con il divino” ed “espandere la propria autoconsapevolezza” è, in realtà, un insegnamento sciamanico, e new age, in aperta antitesi con l’invito delle Sacre Scritture che ci presentano un Dio che brama il ritorno a sè delle sue creature e che per salvarle non dà loro una delle innumerevoli forme religiose esistenti, ma il suo stesso Figlio, Gesù.

2. La Bibbia non dice affatto che nessuna lama deve toccare il capo dei fedeli. Piuttosto, esisteva sotto la legge del Vecchio Testamento il “nazireato”, un libero voto di consacrazione personale; l’uomo o la donna Israelita che faceva questo voto non doveva radersi i capelli per tutto il tempo dello stesso e doveva astenersi da qualunque tipo di bevanda alcolica.

3. In tutta la Bibbia si parla sempre e soltanto di 12 tribù d’Israele, mai di una presunta tredicesima tribù, passata o futura.

Sul sito si legge ancora:

“Essere Rasta significa essere totalmente libero, tuttavia esistono regole morali e scritte che, in aggiunta alle dieci precedenti, aiutano a mantenere sano il corpo e la mente:
1) I Rasta rifiutano ogni tipo di deturpazione del corpo, come: radersi, tatuarsi, tagliarsi i capelli. 2) E’ sconsigliato mangiare carne, mentre il maiale e i molluschi sono fortemente proibiti. 3) JAH RASTAFARI è l’unico Dio supremo. … 7) Un unico desiderio è di riunire tutto il mondo sotto le regole di Selassie, con seguaci che costituiscono un unica fratellanza. … 9) Devono essere rispettate le antiche leggi di Israele. …”

In definitiva, il credo rastafariano si fonda essenzialmente su:

1. un’interpretazione arbitraria del Vecchio Testamento;
2. la sostituzione di Gesù con un altro presunto messia (Selassié, che mai pretese di esserlo);
3. il divieto di mangiare certi alimenti (la Bibbia definisce bugiardi quelli che “ordineranno di astenersi dai cibi che Dio ha creati”, cf. 1 Tim. 4:3,4);
4. l’obbligo di seguire la legge mosaica; dunque, il rifiuto dell’opera e della persona di Gesù (si leggano ad esempio Galati 2:21, 3:11-14).

Le Scritture neotestamentarie spiegano ampiamente il significato della legge mosaica, e ci ricordano che non fu data perché l’uomo vivesse tramite essa ma, anzi, che “la legge è stata come un precettore per condurci a Cristo, affinché noi fossimo giustificati per fede” (Galati 3:24).


Rastafariani: tra mistica reggae e massoneria

di Massimo Introvigne

Il movimento religioso dei rastafariani — nato in Giamaica nel 1930 — è noto, anche in Italia, per la sua influenza decisiva sulla musica reggae (quasi tutti i maggiori musicisti reggae sono rastafariani) e per la sua diffusione fra giocatori di calcio che, benché di passaporto olandese, sono originari del Suriname, la nazione sulla costa atlantica dell’America del Sud dove il movimento rastafari conta una presenza particolarmente significativa. Dei rastafariani conosciamo la caratteristica acconciatura a treccine (“dreadlocks”), la passione per camice e berretti dai colori sgargianti, e il consumo — in un contesto rituale — di allucinogeni (“ganja”). Non sempre, tuttavia, ci si rende conto di quali siano esattamente le loro idee religiose. In lingua inglese esiste un’ampia letteratura (in italiano quasi nulla), cui tuttavia un volume del teologo protestante William David Spencer, Dread Jesus, pubblicato dalla Società per la Promozione della Conoscenza Cristiana (SPCK) di Londra (la casa editrice ufficiosa della Chiesa d’Inghilterra), aggiunge ora alcune prospettive interamente nuove.

Le radici del movimento rastafari risalgono all’”etiopismo”, versione afro-americana del sionismo. Così come i sionisti ritenevano che gli ebrei dispersi nel mondo dovessero ritornare in Israele, così gli “etiopisti” — guidati da Marcus Mosiah Garvey (1887-1940) — invitavano i discendenti degli schiavi strappati all’Africa con la violenza a ritornare in Africa, e particolarmente al paese considerato simbolicamente il cuore dell’Africa tradizionale, l’Etiopia. Spencer sottolinea che molti “etiopisti” erano cristiani, anche se sostenevano che Gesù Cristo fosse di etnia “africana” e dovesse essere raffigurato con la pelle nera (Garvey, peraltro, era consapevole del fatto che questo “Cristo nero” aveva un significato simbolico piuttosto che storico). Frange del movimento “etiopista” aveva posizioni decisamente non ortodosse. Alcuni leader etiopisti, come Alexander Bedward, pretendevano di essere loro stessi il messia. Altri consideravano Gesù Cristo un’incarnazione divina fra altre. Così, nell’isola caraibica di Anguilla, Robert Athyli Rogers aveva fondato una Afroathlican Constructive Church, che considerava Elia come l’incarnazione divina più importante, accanto a cui se ne erano manifestate altre, fra le quali Gesù Cristo. Le sorti dell’”etiopismo” cambiano in modo radicale il 2 novembre 1930, quando Ras Tafari è incoronato imperatore dell’Etiopia con il nome di Hailé Selassié I (1892-1975). La stampa internazionale dà notizia dell’incoronazione di un monarca che vanta titoli come “Re dei Re” e “Leone di Giuda”, e si presenta come discendente diretto di Salomone. La maggioranza dei leader “etiopisti” in Giamaica (ma non Garvey) si convince che l’imperatore d’Etiopia rappresenta il messia: la seconda venuta di Gesù Cristo, se non l’incarnazione dello stesso Dio Padre.

Spencer getta qualche luce sui “fondatori” di un movimento — chiamato rastafari dal nome dell’imperatore prima di ascendere al trono, appunto Ras Tafari – di cui si afferma spesso che è nato da un fenomeno popolare spontaneo e che non ha avuto veri e propri “fondatori”. Spencer insiste invece sul ruolo primario di tre predicatori “etiopisti”: Leonard Howell, H. Archibald Dunkley, e Joseph Nathaniel Hibbert. Come rivela Spencer, Dunkley e Hibbert erano membri di una organizzazione chiamata Grande Fraternità Antica del Silenzio, o Antico e Mistico Ordine dell’Etiopia. Questa organizzazione faceva parte del vasto movimento noto in tutta l’area di lingua inglese come “massoneria Prince Hall”. In quest’area, la maggioranza delle logge non ammettevano (e molte, per la verità, non ammettono ancora oggi) afro-americani. Questi ultimi reagirono costituendo una massoneria “parallela”, riservata agli afro-americani e chiamata “Prince Hall” dal nome di un suo più o meno mitico fondatore. Originariamente, il mondo delle organizzazioni Prince Hall era denunciato come una “contraffazione” della “vera” massoneria dalle logge americane riservate ai bianchi; oggi i rapporti sono decisamente migliorati. A prescindere dalle questioni etniche, la massoneria Prince Hall ha sempre derivato la sua dottrina e i suoi rituali da quelli della massoneria maggioritaria. Spencer mette in luce come molti elementi rituali, ma anche dottrinali, del movimento rastafari derivino dalla massoneria, a cominciare da uno dei temi più caratteristici e cari ai rastafariani: il nome “Yah” per indicare Dio. Secondo Spencer, questo nome deriva dal primo componente del trinomio sacro “Yah-Bul-On” nel grado massonico dell’Arco Reale (un modo di indicare la divinità che ha causato, anche recentemente, numerose polemiche). E’ attraverso autori massonici che i primi rastafariani — compreso Leonard Howell, che non era massone ma era appassionato di religioni orientali — si interessano di temi esoterici, e talora interpretano la personalità divina, Yah, in senso panteistico. La generazione successiva — rappresentata da dirigenti rastafariani come Dennis Forsythe — scoprirà, lungo la stessa linea, l’Ordine della Rosa-Croce AMORC, da cui trarrà altri elementi di carattere esoterico.

Spencer riesamina le vicende, già studiate da altri autori, relative alla visita di Hailé Selassié in Giamaica nel 1966. L’imperatore si stupisce dell’esistenza di un’intera religione che lo considera Dio, nega risolutamente di esserlo e manda in Giamaica missionari della Chiesa Ortodossa Etiope, che ottengono peraltro un successo abbastanza moderato. Una delle parti più importanti nel libro di Spencer è consacrata alla reazione del movimento rastafari (divenuto ormai internazionale) alla rivoluzione comunista di Menghistu in Etiopia e alla morte dell’imperatore nel 1975. Nei primi mesi, molti rastafariani pensano che l’imperatore non sia morto e che si tratti solo di menzogne diffuse dalla stampa (era questa la posizione iniziale anche del cantante Bob Marley, 1945-1981, che una frangia del movimento considera a sua volta una figura messianica). Oggi, peraltro, pochi rastafariani si attendono la resurrezione o riapparizione fisica di Hailé Selassié. L’ipotesi è che la morte di Hailé Selassié abbia portato a una separazione di elementi contraddittori che coesistevano con qualche difficoltà nel sincretismo rastafariano. Se è vero che pochi rastafariani hanno seguito il consiglio di Selassié e hanno aderito alla Chiesa Ortodossa Etiope, non è meno vero che sono nati nel mondo rastafariano movimenti di notevoli dimensioni — come le cosiddette Dodici Tribù d’Israele — che reinterpretano la religione rastafari in senso piuttosto cristiano. Per questa parte del movimento, Selassié è la figura profetica più importante della storia, ma rimane subordinata all’unico figlio di Dio, che è Gesù Cristo. All’estremo opposto — e per reazione — si è sviluppato il movimento “bun Christ” o “burn Christ” (“bruciamo Cristo”), che — soprattutto in occasione di concerti reggae — brucia simboli cristiani. Per la verità, nelle numerose interviste realizzate da Spencer, anche i più arrabbiati seguaci di questa frangia dichiarano che la loro polemica è contro il “Cristo dell’uomo bianco”, mentre il “vero” Gesù Cristo rimane un profeta “nero” assolutamente rispettabile. Certo, tutto il movimento rastafari è anticattolico, sia perché accusa la Chiesa cattolica di avere a suo tempo benedetto l’invasione fascista dell’Etiopia (un sacrilegio, secondo i rastafariani), sia perché diversi “etiopisti” venivano da famiglie protestanti fondamentaliste o avventiste dove forme popolari di anticattolicesimo erano piuttosto diffuse. L’uscita dal cristianesimo, per alcuni gruppi, avviene peraltro tramite idee che derivano precisamente (lungo una linea che risale ai fondatori) da spunti di tipo massonico-esoterico ovvero orientaleggiante. In questi gruppi la morte di Selassié è spiegata precisando che l’anima dell’imperatore, l’essenza divina Yah, deve essere distinta dalla sua manifestazione corporale. Pur essendosi manifestata in Selassié in modo eminente, questa essenza divina è presente come scintilla in ogni fedele rastafariano (secondo altri gruppi, in ogni persona umana), con una evidente deriva in senso panteistico e gnostico.

Secondo Spencer, il movimento rastafariano si trova oggi a un bivio, e l’esito sarà probabilmente la separazione fra due branche diverse. La prima preciserà sempre di più la sua identità come movimento di carattere esoterico, gnostico, non cristiano, nella linea di certe sue origini di tipo massonico ovvero orientaleggiante. Una seconda branca — rappresentata oggi da un gruppo diffuso internazionalmente, le Dodici Tribù di Israele — potrà evolversi in direzione di un movimento pienamente cristiano, predicatore di un cristianesimo “selassiano” nel senso di considerare l’imperatore Hailé Selassié come un testimone e un profeta, non come una figura divina o messianica (così come il cristianesimo che chiamiamo “luterano”, nota Spencer, non considera certamente Lutero come il messia). Con questa seconda branca del movimento rastafari, nonostante atteggiamenti che egli stesso definisce “bizzarri” e problemi di non facile soluzione (come l’uso rituale degli allucinogeni), secondo Spencer si può e si deve tentare un difficile dialogo. Mentre la “teologia nera della liberazione” troppo spesso si è presentata come il prodotto di una minoranza di intellettuali educati in Europa, movimenti come quello rastafariano — afferma Spencer — ci dicono molto di più sulle esigenze e i bisogni reali di popolazioni del terzo mondo (che lo stesso Spencer chiama, con il termine considerato oggi più “politicamente corretto” in Inghilterra, i “due terzi del mondo”). Da questo punto di vista — che si sia d’accordo o no con le sue interpretazioni — il testo di Spencer costituisce un modello per chiunque voglia accostarsi da un punto di vista teologico cristiano, senza facili irenismi ma in spirito di dialogo, a una nuova tradizione religiosa, specialmente quando si tratta di movimenti che sono nati in modo caotico nei “due terzi del mondo” e che hanno poi conosciuto una complessa evoluzione.