San Pietro ha soggiornato a Roma?

Una luminosa conferma alle testimonianze storiche ci viene fornita dall’Archeologia

a) Un’iscrizione, detta della platonia (corruzione forse di “platoma ” – lastra di marmo), posta, da quell’appassionato cultore delle antiche memorie cristiane che fu Papa Damaso (+ 384), nelle Catacombe di S. Sebastiano, al terzo miglio della via Appia, suona così: “Tu che domandi sul nome di Pietro e di Paolo, sappi: qui un tempo hanno abitato i due santi. L’Oriente mandò i discepoli, lo ammettiamo; – ma a causa del loro martirio sanguinoso – poiché essi sono saliti dietro a Cristo attraverso le stelle alla sede celeste e sono arrivati al regno dei beati – Roma ha ottenuto con maggior diritto di considerarli come suoi cittadini. Questo vuol cantare Damaso a vostra gloria, o nuove stelle ” [25].
La frase “qui un tempo hanno abitato i due santi ” ci lascia perplessi: si deve pensare ad una dimora vera e propria degli Apostoli, o ad una loro sepoltura? Non c’è nessun argomento che favorisca la prima ipotesi. Quanto alla seconda (sepoltura), il Presbitero Romano Gaio, come abbiamo sentito sopra, ci fa sapere che verso il 200 le ossa degli Apostoli si trovavano al Vaticano e sulla via Ostiense. Ora, questa testimonianza non sarebbe per caso in contraddizione con la frase damasiana?
Non sembra. Secondo una teoria, assai condivisa dagli archeologi, le cose sarebbero andate cosi: mentre Paolo era stato seppellito sulla via Ostiense, Pietro inizialmente venne seppellito al Vaticano, dove si trovava ancora al tempo del prete Gaio. Nel 258 (anno terribile della persecuzione di Valeriano, nel quale, fra l’altro vennero sequestrati i cimiteri) i cristiani – sia forse per salvarle dalla profanazione, sia per aver la possibilità di venerarle più facilmente – trasportarono le reliquie del loro primo Vescovo e di S. Paolo lontano dalla città, nelle Catacombe di S. Sebastiano. Fintanto che, terminata la persecuzione, dopo il 260, non le ricollocarono di nuovo nel loro sepolcro originario [26].
b) Che i corpi dei due apostoli abbiano, per un certo periodo, riposato nelle catacombe di S. Sebastiano, lo provano evidentemente alcune importantissime scoperte fatte tra il 1915-1916 sotto la parte anteriore di quella Basilica. In una stanza, chiamata dagli archeologi “Triclia ” ( = sala da pranzo), è stata trovata infatti un’intera parete piena zeppa di graffiti, anteriori al periodo costantiniano, nei quali ritornano costantemente i nomi di Pietro e Paolo con più di cento invocazioni d’ogni specie in greco e in latino, o anche in latino con caratteri greci. “Paolo e Pietro, pregate per Vittore! “; “Paolo, Pietro, pregate per Erato! “; “Pietro e Paolo, venite in aiuto a Primo peccatore! “; “Pietro e Paolo, ricordatevi di Antonio Basso! “; ” Pietro e Paolo, proteggete i vostri servi! “.
Parecchie iscrizioni accennano anche al refrigerium, una specie di banchetto funebre, d’origine pagana, che si celebrava in onore dei defunti. “Io, Tomio Celio, ho tenuto il refrigerium per Pietro e per Paolo “; ” Dalmazio ha celebrato il refrigerium “; “Io ho fatto un refrigerium presso Pietro e Paolo ” [27].
c) Da antiche memorie, come per esempio il Liber Pontificalis [28], sapevamo che Costantino verso il 315 aveva eretto una grandiosa Basilica sulla tomba originaria e… definitiva di S. Pietro al Vaticano. La monumentale Chiesa, a cinque navate, resistette fino agli inizi del 1500, quando Giulio II decise di costruirne una più grande, più sontuosa, quella attuale, sormontata dalla cupola di Michelangelo.
Essendo stati scoperti, in occasione della sistemazione della tomba di Pio XI, ambienti prima sconosciuti, Pio XII, il 28 giugno 1939, dette ordine di iniziare degli scavi sistematici sotto la Basilica di S. Pietro.
Le diligentissime ricerche hanno portato alla più luminosa conferma dei dati offerti dall’antichissima tradizione [29].
E cioè: sotto il livello dell’attuale basilica, alla profondità di parecchi metri, furono ritrovati i resti dell’antica basilica costantiniana, e al di sotto di essa venne alla luce una vasta zona cimiteriale pagana con elementi cristiani, anteriore all’imperatore Costantino (morto nel 337). La zona era attraversata, nella direzione dell’asse centrale della basilica, da una via romana, fiancheggiata da ricchi mausolei gentilizi del secondo e terzo secolo dopo Cristo. La via andava a sfociare in una specie di piazzuola circondata da varie tombe a inumazione della fine del primo secolo, scavate nella nuda terra, proprio nel punto che, sul piano dell’attuale basilica, corrisponde all’altare della “Confessione “.
La disposizione e l’antichità di quelle tombe erano tali che i quattro archeologi preposti agli scavi, pensarono di essere ormai vicini alla tomba del primo Papa. E infatti si presento loro, in corrispondenza diretta con l’attuale altare papale, una costruzione quadrangolare, ornata di marmi rari e di porfido, dell’età costantiniana. Aperta una breccia, gli archeologi vi scoprirono l’antico trofeo di Gaio. Era una specie di edicola funeraria, appoggiata a un contemporaneo muro (il muro rosso, chiamato cosi dal colore dell’intonaco) e costituita da due piccole nicchie sovrapposte, divise da una mensa di travertino sorretta da due colonnine di marmo. Pot& essere fissata anche l’epoca della costruzione del muro e dell’edicola: circa l’anno 150.
Un muro, aggiunto successivamente poco sopra l’edicola (il così detto muro g), risultò coperto da una vera selva di graffiti, ossia di iscrizioni incise sull’intonaco da pii visitatori. La professoressa Guarducci, dopo due anni di studio, riuscì a decifrarli, ricavandone una serie di acclamazioni e invocazioni cristiane di vittoria e di pace per i defunti. Varie volte il nome di Pietro vi appariva unito al nome di Cristo e persino di Maria! Spesso il nome di Pietro era scritto solo con le due iniziali maiuscole PE; oppure la E era attaccata alla base della P e ne risultava un segno a forma di chiave:

P
E.

Allusione evidente alle chiavi di San Pietro. I graffiti risalgono alla fine del terzo secolo e agli inizi del quarto.
Sotto l’edicola furono trovati i resti di una tomba terragna, stranamente vuota e quasi distrutta, mentre le tombe vicine contenevano ancora delle ossa. Alcuni resti di ossa umane furono ritrovati addosso al muro rosso, e altri nella zona circonvicina.
Non poteva più esserci alcun dubbio: quella fossa, difesa dall’edicola e inglobata da Costantino entro la sua costruzione ornata di marmi preziosi e di porfido, era la tomba umilissima del primo Papa!
Pio XII, nel messaggio natalizio del 1950, ne diede il festoso annunzio: “è stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori e degli studi risponde con un chiarissimo . La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata “. E il Papa proseguiva: “Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute? “. La risposta non pot& essere altrettanto positiva: furono sì ritrovati resti di ossa umane al margine del sepolcro, ma come si sarebbe potuto garantirne la sicura appartenenza a San Pietro? Restava però intatta la realtà storica della tomba, e il Papa poteva concludere: “La gigantesca cupola s’inarca esattamente sul sepolcro del primo Vescovo, di Roma, del primo Papa: sepolcro, in origine, umilissimo, ma sul quale la venerazione dei secoli posteriori, con meravigliosa successione di opere, eresse il massimo tempio della Cristianità “.
Rimaneva dunque aperta la seconda questione, riguardante le reliquie dell’Apostolo. Erano state veramente ritrovate? Ed ecco la seconda pagina di questa storia meravigliosa.
La professoressa Guarducci nel 1953 iniziò il delicato lavoro di decifrazione dei graffiti del muro g.
Notò subito, incavato nello spessore del muro, un piccolo vano segreto, foderato di lastrine di marmo, ma scardinato e inspiegabilmente vuoto. Venne a sapere dal sampietrino che aveva eseguito i lavori che, durante gli scavi, mons. Ludovico Kaas, segretario economo della Fabbrica di San Pietro, senza dir nulla ai quattro archeologi, aveva fatto aprire il ripostiglio e ne aveva asportato il contenuto. Aveva trovato ossa umane, pezzettini di stoffa di porpora ricoperti di fili d’oro purissimo, frammenti di marmo e di intonaco rosso, ossicini di animali… Fece rinchiudere tutto in una cassettina di legno e vi aggiunse un suo biglietto con le indicazioni essenziali, poi depose la cassetta in un ambiente della medesima zona di esplorazioni. Quella cassetta, in seguito alla morte di mons. Kaas, era stata dimenticata; nel 1953 il sampietrino andò a prelevarla e la consegnò alla professoressa Guarducci, la quale impegnata a decifrare i suoi graffiti, si limitò solo a osservarne il contenuto, senza annettervi eccessiva importanza.
Nel 1956, per ordine di Pio XII, vennero affidati al prof. Venerando Correnti, direttore dell’Istituto di Antropologia all’Università di Palermo, i due gruppi di ossa che erano state ritrovate attorno alla tomba di San Pietro, perch& ne facesse un accurato esame. Gli fu pure consegnata, a parte, la famosa cassetta.
L’esame, minuziosissimo, si protrasse per vari anni. Alla prova dei fatti, le ossa del primo gruppo risultarono resti di tre individui, di cui uno quasi certamente di sesso femminile; mentre quelle del secondo gruppo appartenevano addirittura a quattro individui diversi. Non si poteva quindi individuarvi i resti di San Pietro.
Nella primavera del 1964 venne ultimato l’esame delle ossa contenute nella cassetta. Il responso risultò sorprendente: esse costituivano circa la metà di uno scheletro (rappresentato in quasi tutte le sue parti, compreso il cranio), e appartenevano ad un unico individuo di sesso maschile, di corporatura robusta, di età fra i sessanta e i settant’anni, di altezza tra m. 1,64 e 1,65.
I dati offerti dall’esame scientifico delle ossa corrispondevano in pieno alle caratteristiche di San Pietro: corporatura robusta, altezza più che normale per un palestinese di quei tempi, età avanzata: una vera rarità per un’epoca in cui, secondo i calcoli degli scienziati, la media della vita umana non superava i 25-30 anni.
Quei resti erano stati rinvenuti gelosamente nascosti entro lo spessore del muro g, ricoperto di graffiti inneggianti all’Apostolo, situato proprio sulla sua primitiva fossa, che non per nulla era stata trovata semidistrutta e vuota. Aderente alle ossa, fu notata della terra che, all’esame scientifico, risultò la stessa della fossa sottostante. Dunque quelle ossa, ritenute sicuramente di San Pietro, Costantino le aveva fatte estrarre dalla fossa e le aveva nascoste – all’asciutto e al sicuro – nel vano rivestito di marmo del muro g, che egli poi aveva inglobato – con il muro rosso e il trofeo di Gaio – entro il suo mausoleo ricoperto di marmi rari e di porfido.
Una nuova conferma si può avere nei pezzettini di stoffa di pura porpora imperiale rivestita di fili d’oro finissimo: dunque., l’e ossa erano di un personaggio a cui l’imperatore non aveva trovato eccessivo rendere onori regali! I frammenti di marmo e di intonaco rosso non fanno che confermare che quelle ossa erano state asportate proprio dal misterioso ripostiglio addossato al muro rosso e scheggiato nei suoi marmi al momento della estrazione: il che del resto risultava pure dal logoro biglietto di mons. Kaas, che ne indicava la provenienza.
E la presenza di ossicini di animali (bue, pecora, gallinaccio, ecc.), trovati frammisti alle ossa umane? Essa in un primo momento sorprese e sconcertò un poco, tanto più che analoga presenza riguardava pure gli altri due gruppi di ossa. Alla fine però quegli ossicini si dimostrarono anch’essi provvidenziali per una conferma definitiva: la loro presenza indicava, infatti, che il corpo di San Pietro era stato inumato in un terreno che, al tempo di Nerone, era ancora coltivato, e cioè prima di essere trasformato definitivamente in vero e proprio cimitero. Dunque, la tomba di San Pietro risale… all’epoca del suo martirio!
Ma un’altra prova era destinata a porre l’ultimo suggello. Osservando bene entro il vuoto ripostiglio, la Guarducci vi aveva decifrato una brevissima iscrizione, in lingua greca, con lettere tracciate stentatamente, che tradotte in italiano suonano cosi: Pietro è qui dentro. Dunque, prima che il muro dei graffiti, col suo ripostiglio segreto e il suo prezioso contenuto, venisse incluso nel monumento costantiniano, una mano si introdusse furtiva nel piccolo vano e incise con difficoltà, sull’intonaco del muro rosso che faceva da parete, le fatidiche parole, quasi a suggellare e tramandare ai posteri il ricordo di quella traslazione memorabile: “Pietro è qui dentro “, parole che oggi costituiscono per noi come una specie di “autentica ” per le reliquie del Principe degli Apostoli, e ancor più per la sua venuta a Roma.
Davanti alle stesse pietre che parlano, la verità della venuta e della morte di S. Pietro a Roma s’illumina di tanta luce, che, se al tempo di Harnack era da ciechi il rinnegarla, oggi sarebbe addirittura da pazzi.
Un’obiezione, che spesso ci sentivamo ripetere dai negatori del soggiorno romano di Pietro era la seguente: Se Pietro era già stato nella capitale e vi si trovava ancora, perch& S. Paolo, scrivendo nel 58 ai Romani, non gli manda neppure un saluto? perch& non lo ricorda nemmeno?
Veramente, il silenzio di uno, o di pochi, non può mai annullare un coro così potente di voci tutte concordi ed unanimi. Tanto meno, quando ci siano delle ragioni che lo giustifichino appieno. Prima di tutto, “se si ammette che Pietro era presente a Roma – dice il Garofalo – quando Paolo scriveva, è necessario fare un’osservazione ovvia. Quando Paolo ha inviato la sua lettera alla comunità di Roma, a chi l’ha indirizzata? Alla comunità, naturalmente; ma una lettera non si consegna ad una folla; si consegna ad una persona, la quale, in questo caso, non poteva essere che il capo della Chiesa. E allora che bisogno c’era, in una lettera mandata alla comunità, tramite il capo, di nominare il capo stesso? ” [30].
Non va dimenticato, d’altra parte, che siamo in tempi calamitosi, in cui è necessario uno spirito di somma discrezione per non arrecar danno alla Chiesa nascente. Ora, se l’Eucarestia era una cosa da nascondere, certamente non era meno da nascondere il capo della Chiesa, S. Pietro.
Del resto, nell’elogio caloroso della fede dei Romani “celebrata in tutto il mondo ” (1, 8), nella confessione che Paolo fa di aver come regola di non invadere il campo degli altri “per non edificare su fondamento altrui ” (15, 29), nella protesta di voler venire a Roma non per insegnare, ma per consolarsi (1, 11 e 12), per “saziarsi ” (15, 24), ecc. … non c’è, forse, tutta una trasparente, allusione ad un fondatore, di quella Chiesa, più importante dell’apostolato stesso dei pagani, una allusione a S. Pietro?
Comunque, una risposta più radicale all’obbiezione potrebbe essere anche questa: Paolo non saluta Pietro, perché costui si trovava momentaneamente assente da Roma.

NOTE
1
 Adversus Cath. et Wald., V, 2, p. 411 (Ed. Roma, 1743).
2 Nel 1520 pubblicò uno scritto intitolato: Tractatus quod Petrus Apostolus numquam Romae fuerit.
3 De ficta profectione Petri Apostoli in Urbem Romam, Leydae, 1679.
4 Fra i moderni negatori ricordiamo: CH. GUIGNEBERT, La Primaut& de Pierre et la venue de Pierre à Roma, Parigi 1909; N. KÉPHALAS, Mel&t;& istorik& peri ait&&n; to& sk&smatos;, Atene, 1911, pp. 12-40; F. DI SILVESTRI FALCONIERI, L’Apostolo S. Pietro è mai stato in Roma?, 1925; J. TURMEL, Histoires des dogmes, III, La Papaut&, Paris, 1933, p. 105 sg.; K. HEUSSI, War Petrus in Rom, Gotha 1937; M. GOGUEL, Les premiers temps de l’Église, pp. 220-225, è… fra color che son sospesi! Dopo aver tentato di negare il valore alle testimonianze e ai fatti generalmente addotti per provare la venuta di S. Pietro a Roma, così conclude: “Se l’argomento decisivo in favore della Tradizione fa difetto, non si può avanzare alcun fatto o alcun testo che stabilisca che Pietro non è venuto a Roma e non vi ha subito il martirio. Una critica prudente deve confessare qui la sua impotenza. Una cosa solamente sembra certa, e cioè, che se Pietro è venuto a Roma e vi è morto martire, egli non c’è venuto che tardi “. Per una storia dettagliata della questione, vedi O. CULLMANN, Saint Pierre, Neuch&tel; 1962, pp. 62-67.
5 J. MARX, Manuale di Storia Ecclesiastica, I, Firenze, 1913, p. 38, cita – fra i protestanti che ammettono il fatto storico – Neander, Guericke, Hase, Leipnitz, Hilgenfeld, Hundhausen, Lightfoot, Gieseler. A costoro potremmo aggiungere, fra i viventi: O. Cullman, E. Molland, A. Fridrichsen, G. Kr&ger;, C. T. Craig, C. King, I. Munck.
6 Chronologie der altkirchlichen Literatur, I, Berlino, 1897, p. 244.
7 Petrus und Paulus in Rom, II ed., Berlino 1927, specialmente c. 13 e 14; Petrus r&mischer; M&rtyrer;, Berlin, 1936, p. 13.
8 Die <este; r&mische; B&schofsliste;, Weimar, 1926.
9 Rom und die Christen im 1. Jahrundert, 1942.
10 Verk&ndigung; und Forschung, 1946-47, p. 230.
11 O. c., p. 244.
12 Lezioni di Storia dell’antica Chiesa (in russo), t. III, Pietrogrado 1913, p. 279.
13 O. c. p. 171.
14 1 Petri, 5, 13: “Salutat vos Ecclesia, quae est in Babylone co&lecta;, et Marcus filius meus “.
15 L’Ant&christ;, p. 122. O. CULLMANN, op. cit., p. 72, ritiene la nostra spiegazione “di gran lunga la più verosimile “.
16 Annali, 15, 44.
17 1 Clementis, 6, KIRCH, 8-9.
18 en &m;&n;, ovverosia fra coloro in mezzo ai quali si trova appunto Clemente. Siccome costui è romano e scrive la sua lettera da Roma, en &m;&n; è evidente sinonimo della comunità romana.
19 Ad Rom. 4, 3.
20 In EUSEBIO, Stor. Eccl. 2, 25, 8. MG. 20, 210.
21 Ivi, 3, 3, 2. MG. 7, 848.
22 Ivi, 3, 3, 2. MG. 7, 849.
23 Stor. Eccles. 2, 25, 5-7. MG. 20, 207.
24 In EUSEBI0, Stor. Eccles. 3, 1. MG. 20, 215.
25 L’iscrizione, di cui è andato perso l’originale, ci è stata trasmessa dai manoscritti e da una copia incompleta del III secolo. La puoi trovare, fra gli altri, in ML. 13, 382.
26 Anche antichi itinerari ci fanno credere che le tombe degli Apostoli furono per qualche tempo Ad Catacumbas.
27 La Depositio Martyrum nell’opera di Filocalo (a. 354) sembra esigere un trasporto del corpo di S. Pietro in Catacumbas sotto il consolato di Tusco e di Basso, e cioè verso il 258. Cfr. L. HERTLING – E. KIRSCHBAUM, Le Catacombe romane e i loro martiri, Roma 1949, pp. 95-110.
28 Cfr. O. MARUCCHI, op. cit., pp. 87-97 e 175-198; L. HERTLING-E. KIRSCHBAUM, op. cit., pp. 88-90. Furono proprio queste scoperte che decisero l’acattolico Hans Lietzmann a sostenere a spada tratta la venuta dell’Apostolo a Roma, nella seconda ediz. del suo ormai famoso vol.: Petrus und Paulus in Rom, Berlino 1927, spec. pp. 226-238. Cfr. anche F. TOLOTTI, Ricerche intorno alla Memoria Apostolorum, in ” Riv. di arch. crist. “, 22 (1946), pp. 712; 23-24 (1947-1948), pp. 13-116; E. GRIFFE, La l&gende; du transfert des corps de S. Pierre et de S. Paul ad Catacumbas, in “Bullettin de litt&rature; eecl&siastique; publi& par l’Institut Catholique de Toulouse “, 1951, pp. 183-200. Liber pontificalis, ed. Duchesne, p. 176.
29 Per più ampie informazioni cfr. A. FERRUA, Nelle Grotte di S. Pietro, in “Civiltà Catt. “, 92 (1941), III, pp. 358-365; 423-433; ID., Nuove scoperte sotto S. Pietro, in “Civiltà Catt. “, 93 (1942), IV, pp. 73-86; 228-241; La storia del sepolcro di S. Pietro, in ” Civiltà Catt. “, 103 (1952), 1, pp. 15-29; E. KIRSCHBAUM, Gli scavi nelle Grotte di S. Pietro, in “Gregorianum “, 29 (1948), pp. 544-557; L. HERTLING – E. KIRSCIIBAUM, op. cit., pp. 105-111; F. APOLLONI GHETTI – A. FERRUA – E. KIRSCHBAUM – E. JOSI, Esplorazioni sotto la confessione di S. Pietro, I, pp. 107-144; O. CULLMANN, Saint Pierre, pp. 123-136 (il quale, però, mentre ammette che sia stato ritrovato il “tropaion ” di cui parla il presbitero Gaio, contesta la verità del ritrovamento della tomba). M. GUARDUCCI, La tomba di S. Pietro, Roma 1949; Le reliquie di Pietro sotto la confessione della Basilica Vaticana, Roma 1965.
30 S. GAROFALO, La prima venuta di S. Pietro a Roma nel 42, p. 19

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