Era l’anno 1375 e Caterina da Siena, bella come un angelo, buona come una santa, si prodigava tutta per i poveri giorno e notte. La sua carità eccezionale si estendeva a tutti i miseri, agli infelici, agli infermi del vasto ospedale di S. Maria della Scala, o in quello di Camporeggi. Non mancavano le sue premure neppure verso i lebbrosi, ricoverati nell’Ospizio fuori città. Inoltre la sua carità la spingeva continuamente a confortare i carcerati, gente di ogni improntitudine, sovraccarichi di delitti di ogni genere.
Quando quei disgraziati erano moribondi, si commuovevano alle sue affettuose parole, e, conquisi dal fascino soprannaturale che da lei emanava, le obbedivano nel riconciliarsi con Dio, e, così dopo una vita di orribili iniquità, morivano serenamente nel bacio del Signore. Le leggi penali, in quei tempi, erano atroci, crudeli, spietate. Caddero nelle mani della giustizia umana sette delinquenti, assassini, incendiari, pieni d’infami delitti.
Il tribunale sentenziò contro di loro una terribile condanna: dovevano essere pubblicamente torturati con ferri e fuoco dai carnefici incaricati, e all’ultimo, quando non avevano più forze per sopportare le torture, dovevano essere decapitati.
Un grande carro, trascinato da due cavalli; su di esso erano allineati in perfetto ordine sette ben solidi pali di ferro, e a ciascun palo legato un condannato nudo per essere più facilmente tagliuzzato e bruciacchiato. I carnefici avevano seco un fornello di fuoco ardente, nel quale facevano arroventare tenaglie, coltelli, uncini, ecc.
Sempre per ordine della stessa autorità il carro doveva attraversare tutte le principali vie della città, e frattanto venir torturati continuamente fino alla piazza dell’esecuzione capitale. Doveva servire come lezione pubblica e di esempio per gli altri a non cadere in simili crimini.
I carnefici infierivano su quei corpi nudi: tagli, sangue, ferri roventi, urli, spasimi, grida. I disgraziati diventavano furenti, idrofobi, impazziti stravolti; s’udivano dalla loro voce bestemmie spaventose, orribili, diaboliche, un frastuono di voci rabbiose, ecc, tanto da far ribrezzo in chiunque li avesse visti o udito il loro gridare…
S. Caterina, dalla chiesa ove in quel momento stava pregando Gesù Eucaristico e la Madonna per la salvezza dei grandi peccatori, all’udire tanti strazianti lamenti e tante bestemmie forsennate, corre sulla strada a vedere cosa ci fosse di nuovo…
Subito impietosita, cerca il modo di salire su quel carro ferale, per avvicinare quei poveri disperati.
Tosto vede aggirarsi su e giù del carro ed in mezzo ai condannati, un vero stuolo di orribili demoni neri, bruttissimi, con le corna e le ali di pipistrello, con il fuoco alla bocca, agli occhi e alle narici, i quali ci tenevano a far bestemmiare il più possibile le sette vittime, che attendevano l’esecuzione, e così portarsele seco nelle fiamme infernali.
S. Caterina riesce a salire sul carro, e subito scongiura i carnefici di smettere le torture. Frattanto i demoni le si fanno d’intorno, urlando rabbiosamente contro di lei e gridando che se ne andasse, perché le anime di quegli sciagurati volevano portarsele via loro, minacciandola di farla impazzire se non se ne andava subito. Poi non si davano pace per istigare i malviventi condannati affinchè bestemmiassero, essendo come impazziti, disperati, furibondi, esaltati…
S. Caterina, piena di carità e compassione, si china su ciascuno di loro, li accarezza, li incoraggia, li persuade a soffrire per pochi istanti ancora per amore di Gesù Crocifisso, in espiazione dei loro peccati, confidando pienamente nella infinta misericordia di Dio, il quale, come perdonò al buon ladrone, così avrebbe perdonato immediatamente a ciascuno di loro. Li esortava altresì a mettersi sotto la pietosa protezione della comune Mamma degli uomini, che è Rifugio dei peccatori e Consolatrice degli afflitti, sopportando con rassegnata pazienza tanto male, come un purgatorio anticipato, pur di salvarsi per tutta l’eternità.
I demoni indarno insistevano, poi fuggirono frementi, e i sette disperati, docili ai celesti conforti della grazia, accettarono la loro sorte con rassegnata pazienza, morendo tra le braccia della Misericordia infinita, a cui nessuno mai si è affidato invano.
Si legge ancora nella sua Vita, che il demonio l’assalì un giorno con le più vergognose tentazioni carnali.
Apparendole in forme di bellissimo giovane, l’eccitava ad impuri piaceri, rivelandoglieli nelle più seducenti maniere. Attraverso i sensi e l’immaginazione, il tentatore si era così aperta la via per introdursi nell’animo della fanciulla e sembrava che ne avesse preso possesso. Però, la volontà di lei, rinforzata dalla grazia, non aveva mai cessato di resistere all’assalto del Maligno; ma, tuttavia, questo fu così violento e prolungato, che quando le apparve di poi il suo diletto Gesù, la Santa gli chiese:
— Mio Signore, dov’eri Tu mentre il mio cuore era così pieno di tenebre e di brutture?
— Proprio dentro al tuo cuore, figliuola mia.
— Come? dentro al mio cuore, esclamò ancora più mera vigliata e stupita; fai tu dimora in luoghi sozzi e nauseanti?
— Dimmi, riprese Gesù, quei brutti pensieri ti producevano gioia o tristezza, diletto o pena?
— La più profonda tristezza e pena, soggiunse la vergine.
— E chi fu, figlia mia, che produsse nel tuo cuore tanta tristezza e pena, se non io che vi stavo nascosto? Credimi, se io non fossi stato lì, quei pensieri che assediavano la tua mente, suscitando desideri nella tua volontà, di certo l’avrebbero soprafatta. Ma, poiché da parte tua facesti il possibile per respingerli, io ho fatto il resto, e così la lotta servì a sempre più rafforzare la tua virtù e ad accrescere il tuo merito.
Da questo breve e consolante colloquio, si vede chiaramente come, per quanto grande sia la potenza del demonio, la nostra volontà può sempre superarla quando vada unita alla grazia di Dio, la quale non ci manca mai, se volontariamente non la rifiutiamo.
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